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Carico e scarico merci nelle zone disagiate

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Carico e scarico merci nelle zone disagiate

Con un’allarmante frequenza si rilevano incidenti in caso di movimentazione dei carichi, incidenti che a volte risultano essere, purtroppo, mortali. I fattori che causano gli incidenti sono molti e di varia natura, ma con poche costanti che si ripetono: l’uso inappropriato del mezzo, il non corretto posizionamento del mezzo stesso, la manomissione dei dispositivi di protezione dello stesso, la troppa confidenza in sé stessi e la non applicazione delle basilari norme di sicurezza.

Cosa si intende per “carico e scarico” nelle zone disagiate? Tutti i luoghi dove i mezzi, di qualsiasi genere, devono operare in condizioni di terreno cedevole, mancanza di perimetro di sicurezza adeguato, lavori in PLE in condizioni di emergenza… Zone disagiate sono gli argini dei fiumi e dei torrenti dove si va a pulire e rafforzare le sponde dopo uno degli, ormai frequenti, casi di esondazione improvvisa ed imprevista, in situazioni dove il terreno è cedevole a causa delle troppe precipitazioni e diventa quindi difficile un posizionamento solido dei mezzi, con conseguente maggior pericolo di ribaltamento. Zona disagiata può essere un centro urbano, in strade strette e trafficate, quando un grosso mezzo deve effettuare dei lavori sul fondo stradale senza mettere in pericolo i pedoni e i ciclisti, oppure in caso di movimentazione di materiale per un trasloco.

Diventa zona disagiata anche il piazzale di un’azienda, se il lavoratore non ha fatto propri i concetti basilari di sicurezza, o presume di avere una conoscenza talmente approfondita dei mezzi di lavoro da aumentare la propria confidenza e cadere in errori che possono diventare fatali. E’ solo di qualche mese fa una sentenza della Corte di Cassazione (Sentenza n. 9140 del 28 febbraio 2018), che risponde ad alcuni ricorsi riguardo alle conseguenze del ribaltamento di un carrello elevatore, privo di chiusure laterali e di cinture di sicurezza, a seguito del cedimento di un provvisorio sistema di rampe per facilitare il carico dello stesso su un furgone, causando la morte immediata del lavoratore alla guida del carrello.

I dati Inail sugli incidenti sul lavoro suggeriscono due macro-categorie di responsabilità: la prima è la mancanza o inappropriata formazione dei lavoratori sull’utilizzo dei mezzi di lavoro; la seconda riporta, invece, alla responsabilità personale del singolo lavoratore, che spesso è direttamente coinvolto nell’incidente e che, a volte, comporta danni anche a terze persone o cose.

Per quanto riguarda la prima categoria, si possono attuare molte politiche di sensibilizzazione per i Datori di Lavoro, prima fra tutte la consapevolezza che la corretta formazione dei lavoratori, che di primo acchito può sembrare una perdita di tempo e denaro per l’Azienda, in realtà comporta notevoli vantaggi: in primo luogo la consapevolezza di agire con l’obiettivo di proteggere i lavoratori;  in termini di denaro, con la salvaguardia dei mezzi e dei materiali eventualmente coinvolti negli incidenti; non ultimo in termini di risparmio delle ore lavorative che non vanno in indennità di  malattia ma restano all’interno dell’ambito produttivo dell’azienda. Diventa quindi sempre più importante spostare l’attenzione dai “costi della sicurezza”, visti  come peso economico per l’azienda, soprattutto in periodi di crisi economica e di calo della produttività, per focalizzare maggiormente l’attenzione sui “costi della NON sicurezza”, per evitare rischi per i lavoratori e responsabilità civili e penali per i datori di lavoro e dei dirigenti aziendali. Quale dei due costi ha un bilancio positivo, in termini di impatto sociale ed economico nei confronti dell’azienda e dei lavoratori?

L’altro lato della medaglia riguarda il lavoratore, che spesso perde di vista il concetto di essere il primo beneficiario quando opera in situazioni di sicurezza, trovandosi, talvolta, a compiere scelte che ritiene più efficaci e veloci a scapito di opzioni più certe. Spesso gli incidenti più gravi accadono per troppa confidenza, o a causa di operazioni affidate a personale “anziano” ma non più in grado di sostenere fisicamente la prestazione; talvolta accadono a causa di un problema di comunicazione delle procedure relative al corretto utilizzo dei mezzi, come sempre più spesso avviene in aziende che assumono personale immigrato con scarsa conoscenza della lingua italiana.

 La formazione alla sicurezza per i lavoratori, adattata alle specifiche necessità delle singole Aziende, ha come obiettivo la salvaguardia della persona e, conseguentemente, un miglioramento dell’ambiente lavorativo e delle singole prestazioni. Da qui nasce  la necessità di educare i datori di lavoro e i lavoratori sull’importanza della formazione continua e approfondita in ambito di sicurezza, coinvolgendoli in percorsi che siano interessanti, contestualizzati e con agganci concreti alla realtà lavorativa.

di Gianluca Grossi

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